
Dentro un treno l’agonia del viaggio mi spinge a fuggire.
Ma da cosa?
E… dove?
L’agonia del viaggio snerva la mia pazienza. Le gambe iniziano a tremarmi per l’incontenibile istinto di raggiungere la porta del treno, troppo distante dal posto in cui siedo con il busto proteso verso l’intercomunicante del convoglio in corsa. Nel raggirarmi con il cuore in gola, un alone d’apprensione si schiude a ogni mio acuto battito, raggelandomi in un disagio grondante, che cerco di tamponare stropicciando le dita tremolanti della mano sinistra sulla fronte aggrottata, mentre l’altra si dirige lesta, in preda al panico che sale, ad afferrare il bracciolo con il palmo sudato. Stringendo la presa, assaporo un vuoto costellato di figure che cominciano a sfocare e farsi minacciose. È questo di cui mi sto nutrendo? Di un vuoto insipido e invalidante?
Voglio scendere: il bisogno di ritrovare quell’agognato stato distensivo fuori da queste pareti cigolanti e sempre più cupe m’incalza. Ma eccomi vittima di un’angoscia insondabile, inenarrabile e soprattutto inestinguibile. È così che allora mi chiedo se la soluzione, quantomeno palliativa, sia scappare. Ma scappare da cosa? E… dove?
Intrappolata in questo vano, al paesaggio che scorre confuso e al quale cerco di aggrapparmi con gli occhi attraverso il vetro opaco del finestrino, unica apparente via d’uscita, il buio inghiotte il treno. Un buio che vorrei mi avvolgesse, ma che invece mi prende ineludibilmente d’assalto attanagliandomi il respiro. Stringo i denti, serrando di colpo le palpebre tra le fauci delle tenebre, mentre il rombo dello spazio circostante, fattosi invasivo, mi assorda.
Spalanco gli occhi. I raggi del sole filtrano dallo stesso vetro opaco fino a lambire il mio viso, che in un lampo si distende. Ed è allora che, grazie a quel barlume di luce, ritorno in me.
